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Che ne pensi di ISIT?

Lo abbiamo chiesto a due studenti in corso: Matilde e Andrea. Vuoi sapere cosa ci hanno risposto?

C’è chi sa con largo anticipo a quale università iscriversi e chi, invece, non ha ancora le idee chiare. Come fare? È sicuramente importante confrontarsi con chi sta già facendo il percorso che ci interessa. Noi lo abbiamo fatto per voi, intervistando due studenti di ISIT: Matilde, iscritta al secondo anno, e Andrea, studente del terzo.
Matilde, come è stato l’impatto con il modello non esattamente convenzionale che questa università offre? Ritieni che una classe il cui numero di studenti sia così ridotto crei un ambiente migliore per i professori e gli studenti stessi?
All’inizio è stato un po’ scioccante: uno si aspetta di andare all’università e di trovare le famose aule piene di gente. Qui non abbiamo questo problema, io sono stata seduta nello stesso posto per un anno intero e sono persino arrivata ad affezionarmici. Per quanto riguarda l’ambiente lo trovo assolutamente funzionale per questo tipo di università. Il modello classico in cui un professore tiene una lezione frontale davanti a centinaia di studenti non è adatto all’apprendimento delle lingue. 
Per le lingue fare pratica è la cosa più importante e ciò risulta difficile se la classe è grande. Nella nostra università non solo hai un rapporto individuale con il professore, che ti segue, ti corregge e ti aiuta durante il percorso, ma devi anche metterti costantemente alla prova cercando di parlare la lingua con gli altri studenti ed esponendo presentazioni davanti a tutti i tuoi compagni. Per cui sì, ritengo che il nostro modello di ISIT sia ideale ai fini dell’apprendimento.
Andrea, frequentando il terzo anno devi aver già compiuto la scelta tra traduzione e interpretazione. Cosa hai scelto? Perché e come immagini il tuo futuro dopo la laurea?
Ho scelto traduzione perché, per quanto io ritenga che l’interpretazione sia estremamente interessante, il mondo della traduzione mi sembra più vario: un traduttore può ritrovarsi ad affrontare tanto un romanzo quanto un libretto di istruzioni. Personalmente trovo che la traduzione si addica meglio al mio range di abilità.  Amando molto tradurre, ho sempre colto ogni occasione, anche nella vita quotidiana, per esercitarmi, ad esempio traducendo i modi di dire o la lista della spesa.
Per quanto riguarda il mio futuro, al momento ho principalmente due opzioni: continuare gli studi, frequentando una magistrale in Italia o all’estero oppure, nel caso in cui mi accorgessi che questa strada non sia quella giusta e non mi sentissi sicuro della mia scelta, iniziare a lavorare, imparando dalla pratica. Per quanto una persona possa studiare, penso che lavorando si ottenga un’altra concezione di cosa sia tradurre veramente.